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May 11, 2019

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ITALUS ORE, ANGLUS PECTORE, Studi su John Florio

 

 

[presentazione a  c. di Thecla Academic Press Ltd. London, link per l'acquisto del volume: https://www.tcla-journal.eu/product-page/italus-ore-anglus-pectore-studi-su-john-florio | anteprima gratuita di un centinaio di pp. in Google Play: https://play.google.com/store/books/details/Italus_ore_Anglus_pectore?id=lhthDwAAQBAJ]

 

In centinaia di documenti letti e in migliaia di documenti non letti sopravvivono ancora in archivio le voci dei defunti e la pietà dello storico ha il potere di riconferire timbro alle voci inudibili» [1]: così rifletteva Aby Warburg nel 1902, alludendo alla faticosa e per certi versi misericordiosa opera di ricostruzione, attraverso puntuali ricerche d’archivio, delle biografie di personaggi illustri del passato. Il critico tedesco si riferiva soprattutto al lavoro degli storici dell’arte. Per i filologi, purtroppo più assuefatti dagli anni Sessanta del Novecento [2] all’idea di un autore ridotto a mero luogo di incontro di citazioni, ripetizioni, echi, vale esattamente la stessa riflessione, perché allorquando si tratta di ricostruzioni biografiche non esistono misteri, ma sussistono, a volte ostinatamente nel tempo, alcuni enigmi, che le ricerche archivistiche contribuiscono a dipanare. Il lavoro d’archivio, che riconferisce timbro alle voci inudibili, è un esercizio straordinariamente importante per ricomporre un contesto vivo entro il quale circoscrivere l’attività di quelli che oggi consideriamo personaggi di rilievo della cultura del passato. Dagli archivi emergono infatti, quando se ne sappiano leggere e contestualizzare i dati, snodi biografici e una rete di relazioni che permette di far luce su quelle questioni aperte che, a distanza di tempo, chiedono solo una risoluzione. È il caso della biografia di due umanisti, Michelangelo e suo figlio John Florio, la cui opera è tornata recentemente in auge, in occasione dei quattrocento anni dalla scomparsa di William Shakespeare e della conseguente riesumazione della cosiddetta questione shakespeariana, quando sono state rispolverate ipotesi e teorie fantasiose, senza alcun fondamento scientifico, sulla presunta italianità del Bardo, germogliate in Italia in epoca fascista e relegate dal mondo accademico a puro folklore.

In questo primo volume [3] di un ampio studio condotto sui Florio, vengono presentati documenti d'archivio sino ad oggi completamente sconosciuti alla critica e conservati presso archivi e biblioteche in Italia, nel Regno Unito, Svizzera, Germania e Francia, utili a ricostruire la biografia dei due umanisti il cui ruolo, quali rappresentanti della cultura e della lingua italiana nell'Inghilterra rinascimentale, è stato rilevante.

 

[1] A. WARBURG, Bildniskunst und Florentinisches Bürgertum, Seemann, 1902, tradotto in italiano col titolo Arte del ritratto e borghesia fiorentina, in La rinascita del paganesimo antico, La Nuova Italia, Firenze 1966.

[2] Ho avuto modo, in questi ultimi anni, in vari miei saggi (da Marie, ki en sun tens pas ne s’oblie. Marie de France: la Storia oltre l’enigma, Il Bagatto Libri, Roma 2007, passando per Marie de France et les érudits de Cantorbéry, «Bibliothèque de Civilisation Médiévale», Editions Classiques Garnier, Paris 2009, al più recente contributo The withheld Name of Marie in the Epilogue of Guernes’ Vie Saint Thomas, in Il nome dell'Autore, Studi per Giuseppe Tavani, Viella, Roma 2015, p. 125-140) di riflettere sulla pericolosa tendenza della critica alla decontestualizzazione storica delle opere letterarie. «une tendance périlleuse […], qui laisse les œuvres flotter librement hors de tout ancrage culturel […]. Cette démarche – presque intimidante et le scalpel à la main – de disséquer les textes, de les abstraire des conditions historiques de leur création tend à vider l’œuvre médiévale de son contenu et, par là, empêche de percer sa teneur proprement idéologique. Les conséquences de cette méthode (qui est elle-même le produit d’une époque historique déterminée, oú la critique littéraire tendait à devenir une fin en soi), sont parfois fâcheuses: on a tellement perdu l’habitude de se servir d’outils historiques, qu’on risque de commettre des erreurs grossières en re-contextualisant un poème dans un temps et dans un espace qui ne sont pas ceux de l’auteur. Il faudrait donc s’efforcer de concilier lecture immanente et portée socio-historique du texte (telle veut être ma ligne de conduite méthodologique), sans crainte d’être naïvement accusé de néo-positivisme», cit. C. Rossi, Du bon usage de l'histoire en philologie: le dernier sirventes de Bertran de Born, «Carte romanze», Vol 2, N° 1, 2014, pp. 133-150, cit. p. 133.

[3] Ne usciranno due per questa casa editrice, mentre un terzo è in stampa presso un altro editore.
 

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